Home arrow La Critica 23 febbraio 2026  
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Donato Conenna


Viaggio nell’assoluto naturale, “quando non vi è più segno d’uomo e ogni clangore è spento…”,direbbe il poeta. E’ qui che inizia l’inusitato rapporto d’amore tra Marina Barbiero e la vegetazione che le alligna dintorno. Guardando in alto, la pittrice padovana mette mano alla tela bianca coprendola di foglie e rami e tronchi che fa convergere prospetticamente in un punto del cielo, lucente di colori e di segni, tanto che l’impressione che se ne ricava non è quella di un incedere paesaggistico: sembra che le cromie solarmente disseminate sulla tela obbediscano a una interazione metafisica. O a pagane simbologie solari, arborescenze dove il narrato armonico, attraverso le chiome degli alberi tocca l’orizzonte tra terra e cielo, senza che sia perso un solo centimetro quadro di fedeltà al circostante. Non è da credere che l’artista veneta sia posseduta dal dio Pan, che dai boschi la orienti in queste fitte fogliamazioni dalle quali filtra il sole, come illumine religioso: o che sia San Firmino, protettore degli agricoltori, a benedirne il raccolto pittorico e a suggerirne il pigmento riccamente colorato tra le vene della macrovegetazione ricamata sulla tela. No. E’ solo e soltanto la paesaggistica (che termine riduttivo!) che offre l’effetto presenza al fruitore, quasi affacciato ad una finestra al cielo. La strettissima attualità – per i temi affrontati e per le tecniche perseguite – di questa de natura narratione dell’artista padovana è nell’osservazione del rapporto tra l’uomo e il suo circostante. E’ chiaro – sembrano ammonire queste tele – che si sta perdendo il senso solistico dell’essere e del vivere nel mondo che ci è dintorno. Abitiamo una sorta di Antipaesaggio, soporifero, indolore, insapore, nel quale il gusto di assurgere ad interprete e medium della propria terra si è perso: con la camera oscura prima, con l’arte informale poi e con quella informatica e performantica adesso.

Mai come oggi il raccontar naturale dei paesaggi è a rischio di estinzione, pur nella retorica del belvedere e delle ricorrenti tentazioni paleovedutistiche. Ma è operazione necessaria, questa di Marina Barbiero, da condurre a futura memoria, perché osservi l’immagine (e l’amore) per quello che veramente possiamo considerare il nostro grande fratello – che muto ci osserva secolare, per dirla con Cesare Zavattini: il grande, maestoso, umile, silenzioso, fratello albero.
Donato Conenna
 
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